IL RE DEL PLAGIO

di Jan Fabre
traduzione Franco Paris

uno spettacolo di Valeriano Gialli

con
Paola Corti > angelo attore
Miriam Cinieri e Ilaria Quaglia > ancillae bacchantes

musiche Joe Jackson
coreografie Michela Pozzo
scenografia Maurizio Agostinetto
costumi Monica Cafiero
luci Francesco Dell’Elba
suono G.U.P. Alcaro

produzione Compagnia Teatro del Mondo
sostenuta da Regione Autonoma Valle d'Aosta e Fondazione CRT


Se sapessimo quello che stiamo facendo non la chiameremmo ricerca, no? (Albert Einstein, citato da Jan Fabre, Il re del plagio)

IL RE DEL PLAGIO di Jan Fabre è un monologo-poema meraviglioso e affascinante, in cui ogni frase è una sorpresa, una verità semplice e inaspettata che riguarda la nostra condizione, un divertimento. Un sogno intensamente e diversamente sacro e profano. Implicitamente parla di un tempo nuovo, in cui l’ arte e l’ uomo sono chiamati a chiudere col recente passato (di spazzatura), e a recuperare la bellezza. Quale? E’ sorprendente e fa impressione pensarlo in un mondo così laico: quella spirituale, presente in ogni essere umano, in grado di connettersi con il divino.
Il personaggio è un angelo che desidera il corpo dell'uomo. Non potendolo avere, per scimmiottarlo sceglie di essere attore. Un attore di teatro “martire lapidato”. E gli uomini per lui, anche gli spettatori lì presenti, sono scimmie ciarliere che imparano ciò che vedono fare da altri.
Il testo quindi, oltre a spirito e corpo, uomo e attore, vita e arte, attraversa, con mente, corpo e anima, altri temi: una confessione di che cosa significhi per Jan Fabre essere artista; un manifesto di una idea di arte e di teatro; una ironica (e per me commovente) presa di posizione sul destino dell’uomo; una affermazione del corpo dell’attore (e dell’uomo) come “passione” e del teatro come luogo giocoso nel quale l’attore, per essere tale, svolge la sua “agonia”… Come del teatro nei secoli hanno detto in tanti, non ultimo Carmelo Bene: “Cos’hai da dire tu, spettatore? Cos’hai da dire tu, critico? Io qui trasudo sangue. Io qui ci muoio”.
Questo angelo ricercatore, che con ironia e in un solo sintetico canto rovescia e riafferma il medievale viaggio dantesco (scende dal cielo alla terra per cercare una dimensione superiore: a lui manca il corpo, il cervello…), ci guarda dritto in faccia. Poi se ne va. Forse ha scoperto che abbiamo smesso di ricercare. Che a noi, invece di crederci esseri non finiti in cerca della finitezza e il cui successo sta nella sconfitta di non trovarla, piace di più non cercare e rimanere solamente scimmie ciarliere che vivono di falsi.
Valeriano Gialli

29 Giugno 2014, ore 20.30 e ore 23.00

30 Giugno 2014, ore 18 e ore 22.30

PALAZZO GAZZELLI, Via Quintino Sella 46, ASTI


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